Nell'accostare
Lebedev a Tiziano si nota che, oltre alla distanza dei quattro
secoli che li dividono, tutto è diverso. Tiziano fu il
profeta della grande pittura, e Lebedev fu il disegnatore virtuoso
che umilmente ammetteva di non essere un pittore. Eppure hanno
molto in comune, a cominciare dalla convergenza dei loro destini.
A Tiziano e a Lebedev venivano richieste cose simili: bisognava
servire sotto il regno di Spagna e bisognava servire sotto l’impero
sovietico. Tali sono i regimi. Ma era diversa la posizione dell'artista,
e la posizione determinava una vita artistica diversa. Carlo
V, nel conferire a Tiziano il titolo di conte, dovette spiegare
ai cortigiani: conti posso farne a volontà, ma provatevi
a fare un Tiziano! L'imperatore, sulle cui terre non tramontava
mai il sole, tenne conto dell'esperienza del Rinascimento, che
aveva nuovamente compreso il valore del talento e dello sforzo
individuale; il figlio Filippo, re di Spagna, ebbe per Tiziano
la stessa stima. Stalin, invece, non fu in grado di apprezzare
né Tiziano né Lebedev: quanto a Tiziano, mise
in vendita la Venere allo specchio dell'Ermitage; quanto a Lebedev,
usò la stampa e la censura per cercare d'insegnargli
l’arte. Carlo o Filippo, quando la loro volontà
si scontrava con i limiti oggettivi del possibile, ne prendevano
atto e riacquistavano lucidità; Carlo addirittura abdicò.
Invece la volontà di Stalin, come la volontà di
Lenin, non percepiva i limiti della realtà oggettiva,
e i due pagarono con un alto prezzo di vite umane la realizzazione
di quanto volevano. Quarant'anni dopo la morte di Stalin, l'Unione
Sovietica si dissolse anche più rapidamente dell'impero
di Carlo V. E il nesso causa-effetto ebbe ripercussioni anche
sull'arte.